
Autostima, Assertività ed Autoefficacia
Alla base dei processi motivazionali individuali e di gruppo ci sono tre caratteristiche che influenzano il comportamento e la capacità di affrontare le sfide: l’Autostima, l’Assertività e l’Autoefficacia. Sono tre qualità che permettono di valorizzare al meglio le proprie risorse e la capacità di soluzione dei problemi.
- AUTOSTIMA: è un’esperienza soggettiva e stabile di valutazione positiva del proprio valore basata sulla considerazione che si ha di sé. È connessa sia al percepirsi come individui competenti (quindi capaci di affrontare la vita, di imparare, scegliere e prendere decisioni adeguate) sia al percepirsi come persone degne di essere amate.
In questo senso, come bene illustrano Christophe André e François Lelord nel loro libro “La stima di sé”, gli ingredienti che permettono a ciascuno di sentirsi persone competenti e degne d’amore sono:
- l’amore di sé: è l’amore incondizionato per noi stessi che non dipende dalle nostre prestazioni; è ciò che ci consente di apprezzarci nonostante i nostri limiti e difetti. L’amore di sé dipende in buona parte dall’amore che la nostra famiglia ci ha fatto percepire quando eravamo bambini e dal nutrimento affettivo che abbiamo ricevuto. Amare se stessi è il fondamento della stima di sé, la sua componente più profonda e più intima. Da questo punto di vista, la prima storia d’amore che dobbiamo vivere con successo è quella con noi stessi.
- La visione di sé: secondo André e Lelord è il secondo pilastro della stima di sé; è lo sguardo che rivolgiamo a noi stessi, vale a dire la valutazione, fondata o meno, che facciamo delle nostre qualità e dei nostri difetti. Non si tratta solo di conoscere se stessi. L’importante in questo caso non è come siamo realmente, bensì la nostra convinzione di avere qualità o difetti, potenzialità o limiti, elementi che non è detto che gli altri percepiscano in noi così come noi li percepiamo in noi stessi. Una visione positiva di noi consente a ciascuno di sentirsi all’altezza nell’affrontare ciò che la vita riserva; viceversa, una visione di noi troppo limitata o timorosa, ci espone molto di più al disorientamento e all’insicurezza.
- La fiducia in se stessi: è la terza componente della stima di sé e si applica soprattutto alle nostre azioni. Essere fiduciosi significa pensare che si è capaci di agire in maniera adeguata nelle situazioni importanti. La stima di sé ha bisogno di azioni per mantenersi o svilupparsi.
Un dosaggio equilibrato di ciascuna di queste tre componenti è indispensabile per ottenere una buona stima di sé.
Bassa autostima
Le persone con scarsa autostima hanno una visione negativa del proprio valore, incondizionata, pervasiva e di lunga durata.
Chi ha bassa autostima sperimenta:
∙ una scarsa fiducia in se stesso e nel mondo;
∙ una difficoltà ad ascoltarsi e ad individuare obiettivi realistici e coerenti con le proprie aspirazioni;
∙ la tendenza a dipendere dagli altri per ciò che riguarda la definizione del valore come persona e delle proprie capacità;
∙ una ricerca continua del consenso degli altri, uno scarso spirito d’iniziativa ed una scarsa disponibilità a rischiare;
∙ la tendenza a reagire d’impulso;
∙ la mancanza di un progetto di vita personale;
∙ una vulnerabilità ai disturbi d’ansia ed uno stile comportamentale passivo.
Tutti questi elementi possono contribuire al mantenimento di un basso livello di autostima.
Al contrario, chi ha un’autostima eccessiva si mostra come una persona orgogliosa, estremamente testarda e sicura di sé. Come conseguenza, è incapace di vedere i propri errori e gli eventuali comportamenti alternativi; in questo caso si parla di autostima ipertrofica.
Nei casi estremi diventa presunzione, disprezzo per l’altro, superiorità; tutte caratteristiche del Disturbo Narcisistico di Personalità o in generale del narcisismo.
Occorre notare, comunque, che talvolta la bassa autostima è proprio mascherata (nel tentativo di compensarla) da atteggiamenti sprezzanti, altezzosi e arroganti.
Fattori di rischio per la bassa autostima
Tra i fattori di rischio meritano particolare attenzione quelli ambientali:
∙ episodi di trascuratezza e/o abbandono nell’infanzia/adolescenza;
∙ ripetute critiche da parte delle figure di riferimento;
∙ esperienze di esclusione/bullismo (a casa o a scuola);
∙ appartenenza a gruppi sociali o etnici minoritari;
∙ episodi di mobbing/isolamento/svalutazione sul posto di lavoro;
∙ eventi traumatici;
∙ stress prolungato.
Inoltre, anche la personalità, rappresentando un aspetto strettamente associato all’autostima, può costituire un importante fattore di vulnerabilità.
Personalità e bassa autostima
La struttura di personalità delle persone con bassa autostima è comunque spesso problematica. Sono molto frequenti dipendenza affettiva, insicurezza, indecisione, ma anche veri e propri sintomi di disturbi dell’alimentazione, dell’umore o d’ansia.
Nei casi più estremi di bassa autostima spesso si ha a che fare con veri e propri disturbi di personalità, come il Disturbo Dipendente.
- ASSERTIVITÀ: è “la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo, nel contempo, una positiva relazione con gli altri; oppure la legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti e interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri” (Galeazzi, Porzionato, 1998).
La parola “assertività” deriva dal latino ad serere, e significa “asserire” o anche affermare se stessi. Essere assertivi vuol dire comunicare in maniera flessibile, affermando i propri punti di vista e i propri sentimenti, senza prevaricare né essere prevaricati: è un punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.
L’atteggiamento aggressivo
Chi ha un atteggiamento aggressivo è concentrato sui propri desideri, ha la tendenza a dominare gli altri e l’unico obiettivo che si pone è il potere personale e sociale; il suo stile espressivo è inequivocabile: tono autoritario, ritmi rapidi, tendenza a sovrapporsi all’interlocutore, accuse, domande incalzanti. Chi ha un atteggiamento aggressivo è probabile che, nel lungo termine, collezioni intorno a sé malumori, rabbia inespressa, insoddisfazioni, creando un clima di tensione e di rifiuto.
L’atteggiamento passivo
Chi invece ha un atteggiamento passivo asseconda gli altri per evitare il conflitto e subisce spesso le situazioni senza opporsi. In tal caso lo stile espressivo è ricco di affermazioni vaghe ed incompiute e frequenti sono i richiami ai propri doveri e le espressioni di giustificazione e di autocommiserazione. Un simile atteggiamento comporta una mancata espressione di se stessi e può portare a sedimentare frustrazione e rabbia. Persistendo in questo atteggiamento, i problemi interpersonali tendono ad aggravarsi con ripercussioni negative sulla propria autostima.
L’assertività come equilibrio tra i due atteggiamenti
L’assertivo è colui che definisce chiaramente la propria posizione, la svela senza ambiguità, la difende senza aggressività ed accetta un diverso atteggiamento da parte degli altri. L’assertività è la capacità di esprimere i propri sentimenti, di scegliere come comportarsi in un determinato momento/contesto, di difendere i propri diritti, di aumentare la propria autostima, di sviluppare una sana dose di sicurezza in sé, di esprimere serenamente un’opinione di disaccordo quando lo si ritiene opportuno, di portare avanti le proprie idee e convinzioni rispettando, contemporaneamente, quelle degli altri.
La struttura concettuale dell’assertività è basata sulla funzionalità di cinque livelli, ognuno dei quali ne definisce un aspetto.
Al primo livello si colloca l’abilità di riconoscere le emozioni proprie ed altrui (empatia).
Al secondo livello vi è la capacità di comunicare emozioni e sentimenti, anche negativi, attraverso molteplici strumenti comunicativi (mimici e gestuali).
Al terzo livello vi è la consapevolezza dei diritti della persona. Il terzo livello ha un ruolo centrale nella teoria dell’assertività, perché è sui diritti e sul principio di reciprocità che si fonda la distinzione tra comportamenti passivi, aggressivi e assertivi.
Al quarto livello troviamo la disponibilità ad apprezzare se stessi e gli altri. Rilevante diventa quindi l’eliminazione dei pensieri irrazionali. Con questo termine si indicano pensieri disfunzionali che la cultura comune chiama preconcetti, pregiudizi, paure. In ogni ambiente, in ogni società ne esistono di specifici, legati ad eccessivo perfezionismo, a sensi di colpa, a certi falsi miti come, ad esempio, quelli della modestia, della forza, della debolezza.
Al quinto livello vi è la capacità di autorealizzarsi con la consapevolezza di poter decidere sui fini e gli scopi della propria vita: per raggiungere tale obiettivo è necessario possedere un’immagine positiva di sé, fiducia e sicurezza personale.
- AUTOEFFICACIA: è la percezione che la persona ha di se stessa rispetto all’essere in grado di fare, sentire, esprimere o divenire qualcosa.
Secondo Albert Bandura l’autoefficacia è rappresentata dalla fiducia che ogni persona ha rispetto alle proprie capacità di ottenere gli effetti voluti con la propria azione. In pratica l’autoefficacia è la convinzione di riuscire a fare una determinata cosa.
“L’autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati.”
Albert Bandura
Non è la misura delle competenze possedute, ma è la credenza che la persona ha in ciò che è in grado di fare, in diverse situazioni, con le capacità che possiede.
L’autoefficacia assume un ruolo importantissimo nel rapporto fra obiettivo e prestazione; il livello di autoefficacia influenza tutte le prestazioni. Il concetto di “senso di autoefficacia” si riferisce alla convinzione nelle proprie capacità di mettere in atto il corso di azioni necessario a gestire adeguatamente le varie situazioni in modo da raggiungere i risultati prefissati. Per tale ragione un basso livello di autoefficacia produce automaticamente scarso impegno e scarsa focalizzazione verso un obiettivo, così impedendone ab origine la realizzazione.
La conseguenza di una bassa autoefficacia porterà a scegliere obiettivi limitati, poco sfidanti e conseguentemente a ridurre il proprio impegno per raggiungerli. Le convinzioni di efficacia personale influenzano il modo in cui le persone pensano, si sentono, trovano fonte di motivazione e agiscono.
L’autoefficacia è anche una parte costituente il concetto di autostima, rivolta a una serie di convinzioni che il soggetto ha di se stesso. L’autostima e l’autoefficacia sono intimamente correlate tra di loro, al punto che si influenzano e determinano reciprocamente. Esiste una sorta di relazione duale, in cui all’aumentare dell’una aumenta l’altra e viceversa.
Bisogna distinguere l’autoefficacia dall’autostima. L’autostima, secondo Albert Bandura, implica un giudizio di valore personale legato alla sfera dell’Essere, mentre l’autoefficacia riguarda la capacità personale legata alla sfera del Fare (del riuscire a fare una determinata cosa). Il senso di autoefficacia è direttamente legato alla qualità della prestazione, grazie all’impegno e alla costanza che derivano dalla convinzione di potercela fare.
Psicoterapia
In generale, il miglioramento dell’autostima è una premessa fondamentale per il benessere psico-sociale dell’individuo.
Difficilmente ci rivolgiamo ad un terapeuta per problemi di autostima; ma quando essa condiziona il nostro benessere ed è alla base di molti disturbi emotivi e comportamentali può diventare motivo di una richiesta terapeutica.
Le persone con bassa autostima, di solito, ricorrono alla psicoterapia lamentando sintomatologie depressive, ansiose o alimentari.
Il trattamento, oltre a focalizzarsi sulla riduzione/gestione di tali problematiche, inevitabilmente si prefigge di lavorare sull’accrescimento dell’autostima.
La psicoterapia ha due obiettivi fondamentali: uno è alleviare la sofferenza, l’altro promuovere il benessere. Per quanto in parte sovrapposti, i due obiettivi non coincidono. Ridurre o eliminare l’ansia non equivale a generare autostima, così come ridurre o eliminare la depressione non equivale a generare felicità, anche se possono contribuire a farlo.
Da una parte, la psicoterapia si propone di ridurre le paure irrazionali, le reazioni depressive e i sentimenti dolorosi di ogni tipo (a volte suscitati da esperienze traumatiche del passato). Dall’altra, incoraggia l’apprendimento di nuove capacità, nuovi modi di considerare e vedere la vita, strategie migliori per relazionarsi con se stessi e gli altri, un senso allargato delle proprie possibilità.
Per aumentare l’autostima non basta eliminare tutto ciò che è negativo: occorre realizzare qualcosa di positivo. Ci vogliono maggiore consapevolezza del proprio modo di funzionare, maggiore integrità e senso della responsabilità, la volontà di sconfiggere la paura per affrontare i conflitti e le realtà frustranti e, per finire, il coraggio di affrontare e dominare ciò che prima si evitava e da cui ci si ritraeva.
Se qualcuno entra in terapia e alla fine non vive più consapevolmente rispetto all’inizio, il lavoro è stato inutile. Se, nel corso del trattamento, il soggetto non impara ad accettare se stesso e a responsabilizzarsi, si deve mettere in dubbio l’efficacia della sua esperienza terapeutica.
Scopi della terapia
∙ Incoraggiare nel cliente un più alto livello di consapevolezza: “Vivere consapevolmente vuol dire cercare di essere consci di tutto quello che riguarda le nostre azioni, obiettivi e valori – al meglio delle nostre capacità, grandi o piccole che siano – e di comportarci in accordo con quello che vediamo e sappiamo” (N. Branden, 2009).
∙ Stimolare una maggiore accettazione di sé: l’autostima è impossibile senza l’accettazione di sé. Se l’autostima si sperimenta, l’accettazione di sé è qualcosa che si fa. Il concetto ha tre livelli di significato:
- PRIMO LIVELLO: accettarsi vuol dire stare dalla propria parte, essere pro se stessi. Nel senso più fondamentale, l’accettazione di sé si riferisce ad una tendenza a valorizzarsi e assumersi degli impegni verso se stessi, derivante dal fatto che si è vivi e coscienti. In questo senso è più primitiva dell’autostima. È una sorta di egoismo naturale (nel senso più nobile del termine) che è diritto di nascita di ogni essere umano. Implica la dichiarazione: “Scelgo di tenermi in alta considerazione, di trattarmi con rispetto, di battermi per il mio diritto di esistere” (N. Branden, 2009). Questo atto primario di autoaffermazione è la base su cui si sviluppa l’autostima.
- SECONDO LIVELLO: l’accettazione di sé è la disponibilità a vivere e accettare i nostri sentimenti. Accettare è più che semplicemente “riconoscere” o “ammettere”; è sperimentare, guardare in faccia, contemplare come reale, assorbire nella coscienza. Guardare in faccia i nostri sentimenti, senza negarli o evitarli, ha un potere guaritore diretto. L’accettazione di sé è la condizione imprescindibile per cambiare e crescere.
- TERZO LIVELLO: l’accettazione di sé implica l’idea della compassione, dell’essere amico di me stesso. Non possiamo capire un altro essere umano se sappiamo solo che ha fatto qualcosa di sbagliato, cattivo, distruttivo o comunque negativo. Abbiamo bisogno di conoscere le considerazioni interne che lo hanno portato a quel dato comportamento. Esiste sempre un contesto in cui anche le azioni più offensive possono avere un loro senso. Questo non vuol dire che sono giustificate: vuol dire solo che sono spiegabili. Si può condannare un’azione compiuta da noi stessi, e tuttavia avere un interesse compassionevole per i motivi che l’hanno sollecitata: “L’interesse compassionevole e comprensivo non incoraggia i comportamenti indesiderati, anzi riduce le probabilità che si ripresentino” (N. Branden, 2009).
∙ Rafforzare il senso di responsabilità, essenziale per l’autostima: ciò significa essere disposti ad assumersi la responsabilità delle nostre azioni e del conseguimento dei nostri obiettivi. Più si evadono le responsabilità, più si ferisce l’autostima; accettando le responsabilità, invece, la si incrementa.
∙ Incoraggiare l’affermazione di sé: affermare se stessi significa rendere onore ai nostri desideri, bisogni e valori, e cercare una forma giusta per esprimerli nella realtà. L’affermazione di sé è semplicemente la volontà di occupare le proprie posizioni, essere apertamente quello che si è, trattare se stessi con rispetto negli incontri con altri. È il rifiuto di fingersi diversi da quello che si è per piacere agli altri. Praticare l’affermazione di sé vuol dire vivere autenticamente, parlare e agire spinti dalle proprie convinzioni e dai sentimenti più intimi. Senza una giusta autoaffermazione siamo spettatori, non partecipanti: “Una sana autostima richiede che scendiamo nell’arena, che siamo disposti a sporcarci le mani” (N. Branden, 2009). Infine, l’affermazione di sé implica la volontà di affrontare piuttosto che evitare le sfide della vita, e di lottare per essere padroni della nostra esistenza. Quando espandiamo la nostra capacità di reagire, espandiamo il senso di efficacia e il rispetto di noi stessi.
∙ Sostenere la pratica del darsi un obiettivo: sono i nostri obiettivi a spingerci avanti, a richiederci di esercitare le nostre facoltà, a infondere energia alla nostra esistenza. Per essere realizzati, gli scopi che ci muovono devono essere specifici perché gli obiettivi non legati ad un piano d’azione non vengono mai raggiunti: esistono solo come desideri frustrati.
∙ Incoraggiare l’integrità personale: l’integrità è l’integrazione tra ideali, convinzioni, standard, credenze e comportamento. Quando il nostro comportamento è coerente con i valori che professiamo, quando ideali e pratica coincidono, allora abbiamo l’integrità. Integrità vuol dire coerenza.
Si tratta di un lavoro accurato che presuppone una grande volontà personale da parte dell’individuo nel mettersi in gioco, rivalutando le proprie convinzioni (su di sé, sugli altri e sul mondo), modificando atteggiamenti disfunzionali e promuovendo comportamenti nuovi e positivi.
L’accettazione totale e il rispetto senza tentennamenti sono forse il modo migliore in cui uno psicoterapeuta può contribuire all’autostima di un cliente, e la base di una terapia veramente utile.
“Esiste un curioso paradosso: quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”
Carl Rogers
