"La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione"
Carl Rogers

La Psicologia Umanistica, sviluppatasi negli Stati Uniti intorno agli anni Cinquanta-Sessanta, nasce per iniziativa di un gruppo di psicologi statunitensi (Abraham Maslow, Gordon Allport, Carl Rogers e Rollo May) come alternativa alla psicoanalisi freudiana (che concepisce l’uomo dominato da pulsioni inconsce prevalentemente di natura sessuale) e al comportamentismo (nel quale l’attenzione è circoscritta ai comportamenti e alle dinamiche stimolo-risposta, trascurando la dimensione umana interiore). Maslow chiamerà la Psicologia Umanistica “terza forza” proprio in contrapposizione a queste due altre “forze” del pensiero psicologico.
Gli psicologi e psicoterapeuti che si riconoscono in questo movimento condividono idee e principi che li distinguono nettamente dal resto della comunità scientifica psicologica, ma non hanno di fatto un unico punto di riferimento teorico e metodologico. Il principale e comune obiettivo è, comunque, quello di esplorare le caratteristiche del comportamento e la dinamica delle emozioni di una vita umana piena e sana.
Gli elementi che accomunano tutti i diversi approcci umanistici sono:
La centralità e l’unità della persona: il centro di interesse psicologico diventa la persona come individuo unico e peculiare. In questo quadro è solo l’incontro io-tu, ‘da persona a persona’, a dare significato alla relazione psicologica; per poter afferrare l’esperienza soggettiva è necessario che lo psicologo/psicoterapeuta riesca a condividere il mondo dell’altro come “un tutto in relazione”, trascendendo la dicotomia ‘oggettivo-soggettivo’. Il punto di riferimento è l’opera di Martin Buber (1878-1965), filosofo tedesco di origine ebraica, e specificatamente la forte sottolineatura data da questo autore al rapporto “io-tu” come condizione essenziale per promuovere il pieno sviluppo di ogni persona (1957). Il senso fondamentale dell’esistenza umana è da rintracciarsi nel ‘principio dialogico’, cioè nella capacità di stare in relazione. Il centro della psicoterapia, quindi, è l’incontro io-tu, la relazione da persona a persona: “Non esiste un Io senza un Tu che lo conosca” (“Io e tu”, 1923) La relazione terapeutica è, pertanto, il principale agente di cambiamento.
Il riferimento all’approccio fenomenologico: è il cliente il vero esperto della propria esperienza personale; il significato dell’esperienza del cliente è nell’esperienza stessa. Per lo psicologo/psicoterapeuta è centrale comprendere in modo empatico la “struttura di riferimento interna” del cliente stesso.
La rilevanza data alla tendenza alla realizzazione e alla crescita (Maslow, 1970): ogni persona ha dentro di sé la tendenza alla crescita, all’autoregolazione, all’autorealizzazione; ha, inoltre, la capacità di autoconsapevolezza. Un contributo particolarmente significativo in tale direzione viene dalle ricerche del neurologo clinico Kurt Goldstein (1878-1965) e dalla formulazione della sua “teoria organismica”.
La fiducia nella capacità umana di autodeterminazione: le persone non sono determinate solo dal loro passato o dal loro ambiente, ma sono agenti attivi nella costruzione del loro mondo e delle loro esperienze. L’uomo è visto come un essere capace di formulare progetti, valutazioni e opzioni e ha la capacità di autodeterminarsi.
L’individuo definito dalla Psicologia Umanistica è una persona nella sua totalità, ed è:
- un agente di scelte, in quanto non può sottrarsi ad operare delle scelte nel corso della propria vita;
- un agente responsabile, in quanto risponde personalmente delle proprie scelte;
- un agente libero, in quanto stabilisce liberamente i propri obiettivi.

Peculiarità della Psicologia Rogersiana
“Ogni organismo è animato da una tendenza intrinseca a sviluppare tutte le sue potenzialità e a svilupparle in modo da favorire la sua conservazione e il suo arricchimento”. (Rogers e Kinget, 1965)
Secondo Carl Rogers, ogni individuo possiede forti spinte verso la crescita, la salute, l’adattamento, verso cioè quello che si definisce realizzazione di sé (Tendenza Attualizzante).
Lo stare sulla difensiva, l’ansia, le tensioni bloccano queste spinte e la persona perde il contatto con sé, la sua autenticità. I problemi psicologici derivano dal fatto che la persona ha assorbito idee, pensieri, sentimenti, valori degli altri non funzionali al suo vivere. Scopo della terapia è allora quello di aiutare gli individui a riprendere il contatto con se stessi, con la propria autenticità, i veri sentimenti e valori, accettandosi per quello che si è.
Lo psicoterapeuta rogersiano riconosce nel cliente una persona che, in quanto tale, è in una posizione egualitaria nei confronti del terapeuta. La sua caratteristica peculiare è che pone l’esperienza del cliente, del terapeuta e il presente immediato della loro relazione, al centro dell’attenzione in ogni incontro. Il terapeuta, pertanto, non è l’esperto che consiglia, ma è un co-protagonista del percorso terapeutico, che sostiene e segue la persona in una relazione il più possibile paritaria. A tale proposito si parla infatti di “cliente” e non di “paziente”, ad indicare la condizione di parità in cui si svolge il dialogo terapeutico.
Rogers restituisce al paziente potere e responsabilità all’interno della relazione: questi non è più il “malato”, il passivo ricettacolo della cura, ma il fruitore partecipe di un intervento; la terapia non è più centrata sull’insindacabile giudizio dell’”esperto”, ma sulla fiducia nella capacità del cliente di essere in grado di vivere la propria vita e di affrontare i problemi contando sulle proprie risorse, nel caso in cui possa vivere una relazione dove siano presenti certe condizioni facilitanti.
Tutto ciò comporta la rottura con l’immagine e la funzione tradizionali del terapeuta come esperto dei problemi del cliente. Al contrario, il terapeuta si considera collaboratore e compagno che cresce insieme al cliente in un processo di incontro da-persona-a-persona.
Per tale motivo la Terapia Centrata sul Cliente è stata a lungo conosciuta come Terapia non direttiva.
Un’altra caratteristica fondamentale della Psicoterapia Centrata sul Cliente è che non vi è una teoria preconcetta alla quale doversi adattare, alla quale dover cercare di corrispondere. Non vi è una verità oggettiva a cui dover fare riferimento, l’unica verità è il vissuto della persona in difficoltà. Secondo questo pensiero, ogni individuo è l’unico a possedere la chiave di se stesso, ossia la propria consapevolezza di sé e quindi le risposte alle proprie domande e le soluzioni dei propri problemi.
In quest’ottica il fuoco dell’attenzione è centrato sulla dimensione esistenziale del rapporto che si instaura tra cliente e terapeuta. Ed è proprio l’intensità della qualità del rapporto che permette alla persona di comunicare efficacemente, svilupparsi, evolversi, risolvere problemi, esprimere al massimo le proprie potenzialità, crescere. L’etica del terapeuta rogersiano, quindi, si fonda sull’esperienza dell’incontro.
Le condizioni della Psicoterapia
L’immagine dell’essere umano che è alla base della comprensione della psicoterapia rogersiana suggerisce la dialettica dell’autonomia e della interconnessione. L’elemento centrale è la fiducia nella tendenza attualizzante come la forza motivazionale che opera in modo costruttivo per conto del cliente in relazioni facilitanti. È una tendenza ad attualizzare tutte le proprie potenzialità, una tendenza fondamentale che porta l’individuo ad affrontare anche difficoltà per andare verso una sempre maggiore autonomia, maturità e realizzazione. È l’organismo in quanto totalità che esercita tale tendenza. La fonte di energia è intrinseca nella persona e orienta lo sviluppo verso l’attuazione ottimale delle sue potenzialità.
Abbiamo pertanto in Rogers una visione ottimistica dell’uomo e una piena fiducia nelle sue risorse; tale visione si basa sulla fiducia nelle capacità che ogni persona ha in sé di compiere un cammino costruttivo e realizzante, purché, naturalmente, siano presenti quelle condizioni che consentano di essere genuinamente se stessi.
Scopo del terapeuta è creare le condizioni necessarie che permettano alla tendenza attualizzante di operare, così che la persona stessa possa esplorare il proprio mondo interno in modo sicuro e crescere verso la propria autorealizzazione.
Le condizioni necessarie e sufficienti per il cambiamento terapeutico in psicoterapia sono:
CONGRUENZA (o autenticità): è una condizione di base che riguarda il terapeuta il quale, per essere efficace, deve essere in contatto con la sua esperienza, con il suo vissuto durante i colloqui terapeutici. Deve, inoltre, essere capace di trasparenza, di comunicare cioè quello che il cliente suscita in lui, facendo però attenzione che tale comunicazione sia nell’interesse del cliente stesso e non soddisfi semplicemente un proprio bisogno. La congruenza è una qualità personale, un modo di funzionare della personalità del terapeuta, un dato stabile di personalità; Rogers diceva che il terapeuta dovrebbe essere congruente almeno in seduta. Se siamo congruenti siamo in grado di essere in contatto e di capire ciò che stiamo provando.
ACCETTAZIONE POSITIVA INCONDIZIONATA: è la capacità del terapeuta di accettare l’altro (astenendosi da ogni forma di interpretazione e giudizio) e di valorizzarlo per ciò che è, anche se porta valori e una visione del mondo profondamente diversi dai propri. È la capacità di non giudicare ma di accogliere l’altro nella sua individualità di persona. Il che però non significa condividere o approvare in modo acritico idee, opinioni e sentimenti diversi, ma riconoscere all’altro la libertà di provarli. È una forma di rispetto profondo che favorisce nella relazione la possibilità di una vera comprensione: pur non approvando un certo comportamento, questo non diminuisce il rispetto che il terapeuta ha per il cliente.
EMPATIA: è una posizione esistenziale nei confronti del cliente e della relazione; essa è, pertanto, come dice Rogers, un modo di essere. Questo modo di essere pone cliente e terapeuta dal punto di vista esistenziale, quindi come persone umane, come individui, su un piano di parità. È una posizione esistenziale reciproca in cui il terapeuta sceglie di mettersi. L’empatia è la capacità del terapeuta di sintonizzarsi con il cliente e comprenderlo sia sul piano cognitivo sia su quello emotivo, mettendosi nei suoi panni ‘come se’ fosse il cliente, senza mai perdere questa condizione del ‘come se’ perché l’empatia è capacità di ascolto, di lettura delle emozioni dell’altro e non identificazione del terapeuta con il cliente. Tale capacità di sentire il mondo dell’altro e di accettarlo in quanto unico ed irripetibile è connessa alla sospensione del giudizio e di ogni forma di interpretazione e genera quel particolare senso di riconoscimento che fa sentire il cliente visto per davvero.
Infine è rilevante per il buon “funzionamento” della relazione che vi sia l’esperienza del cliente dell’accettazione positiva e dell’empatia almeno ad un livello minimo; senza questa condizione non si instaurerà una relazione di fiducia e collaborazione e diventerà difficile procedere verso una più profonda consapevolezza e una adeguata congruenza.
“Mi sono reso conto chiaramente che non produce alcun frutto, a lungo andare, nei rapporti interpersonali, comportarsi come se si fosse diversi da come si è”.
Carl R. Rogers
Di conseguenza, queste condizioni non devono essere considerate né tecniche né metodi, ma piuttosto un modo di essere del terapeuta con il cliente. Quindi, quando il terapeuta è presente per il cliente, non esiste nessuna agenda terapeutica celata. Il terapeuta accetta il cliente così com’è, nel qui e ora – incluso che cosa ha portato il cliente e il motivo per cui è tale in quel preciso momento e anche le possibilità di ulteriore sviluppo nel suo futuro.
Questo “modus” esclude la diagnosi e la patologizzazione del cliente e impedisce che il terapeuta abbia qualsiasi metodo predefinito o griglia mentale a cui corrispondere. Una tale mancanza di categorizzazione invita il terapeuta a sperimentare il cliente come un individuo unico, abbracciandone l’intera persona senza preferenze né discriminazioni.
La Terapia Centrata sul Cliente (T.C.C.) viene applicata ad altri campi d’azione, tra cui ha notevole rilievo il lavoro nelle scuole e in altri settori educativi e formativi. È per questo che si parla di Approccio Centrato sulla Persona (A.C.P.). Il pensiero di fondo è che tutti gli esseri umani possono imparare ad ascoltarsi di più, a comunicare meglio e ad avere quindi un miglior contatto con se stessi e con gli altri per essere più efficaci nelle comunità di apprendimento e in quelle di lavoro.
L’A.C.P. e la T.C.C. costituiscono una componente significativa e riconosciuta a livello internazionale della psicologia umanistico-esistenziale.
Come scrive Alberto Zucconi, co-fondatore con Carl Rogers e Charles Devonshire dell’Istituto per l’Approccio Centrato sulla Persona (I.A.C.P.), nonché mio formatore nel quadriennio di specializzazione, in Italia:
“Il sistema creato da Rogers non è solamente una formulazione circa la struttura della personalità ed un metodo psicoterapeutico, è anche un approccio, un orientamento e una visione della vita. In questo senso è giusto parlare di ‘Psicologia Rogersiana’ […] Una buona terapia Centrata sul Cliente è un’avventura ed una ricerca portata avanti da due esseri umani: il cliente e il terapeuta”.
Una Terapia Rogersiana si considera conclusa quando il cliente ha acquisito la capacità di essere in contatto con la sua esperienza perché è questo che gli permetterà di fare scelte che siano profondamente ed autenticamente sue (e quindi avrà raggiunto una congruenza tra il suo sentire e il suo vivere).
